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15 agosto: Red Bull Cliff Diving World Series a Mostar

C'è poco da fare: Mostar sta diventando sempre più prestigiosa, e in un paio di anni sarà letteralmente presa d'assalto dai turisti. Lo dimostra il fatto che è stata scelta dalla Red Bull per essere una delle mete della Red Bull Cliff Diving World Series, la competizione mondiale di tuffi dal ponte.


Lo Stari Most, il Ponte Vecchio che ospita annualmente gare a livello nazionale, a Ferragosto, per la prima volta sarà la location di una competizione internazionale, e ovviamente sono già tutti elettrizzati. La Red Bull che mette le ali è ormai la bevanda più richiesta nei bar che si affacciano sul fiume Narenta, e il trampolino montato sul ponte fa da background nei selfie più assurdi di chi, più che della storia e della tradizione del ponte, vuole una data foto ricordo per poter semplicemente dire di "esserci stato". 


Protagonista quasi assoluto è Orlando Duque, il tuffatore colombiano da grandi altezze, capace di arrivare fino a 34 metri. Arrivato nei giorni scorsi a Mostar, ha effettuato le prime prove tecniche, e scambiandoci due parole, non sembrava affatto di parlare con un atleta che detiene 9 titoli di Campione del Mondo, il cui nome è stato introdotto per ben due volte nel Guinness dei primati


A seguire il suo training, viene spontaneo notare che, iconica tanto quanto il ponte, è l'immagine di un tuffatore che si alza in volo per poi finire, tra un'acrobazia perfetta e l'altra, nelle gelide acque del fiume. 


Di seguito una video intervista al campione, in attesa di incontrarlo nuovamente sabato prima della gara, che si terrà dalle 15.30 alle 18.00. Su quello stesso ponte da cui, a settembre, mi butterò anch'io.


Mostar-Sarajevo A/R in pullman

Spostarsi con il pullman in Bosnia Erzegovina è davvero molto semplice, anche se all'inizio può sembrare complicato, se non sai come funziona. Quando da Mostar sono partita per Sarajevo, ho preso il bus, sapendo che ci avrebbe messo 2 ore e mezza per percorrere 124 km, secondo Google Maps.


Dovendo poi anche tornare indietro, ho fatto il biglietto di andata e ritorno alla stazione. È una specie di scontrino formato da 3 parti, che NON vanno assolutamente staccate. La prima, più grande, è il biglietto vero e proprio, le altre due le ricevute che vengono staccate dal controllore una all'andata e una al ritorno. Basta che gli consegni tutto con un sorriso, mentre gli dici: "Hvála".


Il biglietto ha validità di un mese, perché è aperto, quindi il ritorno va fatto entro 30 giorni dalla data indicata. Un modo utile per risparmiare, considerando che, ad esempio, una singola corsa Mostar-Sarajevo costa 20KM (10€), mentre l'A/R 30km (15€). Son pur sempre 5€ risparmiati, e anche se non sai quando vuoi tornare, hai pur sempre un massimo di 4 settimane di tempo.


Il giorno del ritorno- nel mio caso oggi- devi andare alla stazione e prenotare la corsa. Esibendo semplicemente la ricevuta allo sportello, l'addetto scrive a penna la data e l'ora del pullman che prendi-nel mio caso 28 luglio, ore 12.30-e ti dà un secondo biglietto, che riguarda la prenotazione del posto sul pullman. Che ovviamente va pagata, e sono 2KM (1€). Senza quella non puoi salire, perché sulla parte posteriore c'è un codice a barre da passare ai tornelli, come per la tessera magnetica della metro in Italia.

A questo punto non ti resta che trovare il tuo peron, il terminal del tuo bus, per prepararti a salire. Nel caso tu abbia una valigia, devi metterla nel bagagliaio, pagando- te pareva- 2KM (1€). Una volta a bordo, anche se sul biglietto è indicato il posto, puoi sederti dove vuoi, e metterti comodo, aspettando che il controllore passi per strappare anche la terza e ultima parte del biglietto principale.


L'andata l'ho fatta tutta dormendo in pratica, 2 ore e mezza tirate, anche perché la notte prima è stata parecchio movimentata, causa problemi di acqua che non usciva dalla doccia,e prese elettriche che creavano problemi, non facendomi ricaricare né il tablet, né il cellulare. E la mia collega che giustamente bestemmiava perché doveva asciugarsi i capelli. Il ritorno, invece, complice anche quel caffé che ci ha svegliate per bene, è stato un susseguirsi di paesaggi interessanti, dalle campagne alle piccole città, tra cui Konjic, (in bosniaco si pronuncia Kogniz), paese in cui i pullman della linea Mostar-Sarajevo si fermano per circa una 20ina di minuti, e tutti- autisti compresi- scendono per andare a prendere da bere da Konzum. Fermata intelligente, quella davanti al supermercato.



ORARI DEI PULLMAN DA E VERSO MOSTAR:

Cantando sotto la pioggia a Mostar

Un'altra giornata si è conclusa, ed è stata come sempre molto pesante. La nota positiva della giornata è che, finalmente, dopo due settimane da quando sono qui, ha piovuto. Da quanto mi ha detto il mio amico e collega Ivan, che offre tour gratuiti in città- il Mostar Free Walking Tour- erano 40 giorni che non pioveva. Vento e fresco per la prima volta dopo 15 giorni sono quasi un lusso, visti i 42-45° medi. Senza considerare che, domenica scorsa, la temperatura ha toccato i 50°. I 17° in meno di oggi me li sono goduti tutti, ammirando dalla terrazza la collina con la croce- che indica la parte croata della città- tra lampi, tuoni e fiumi di pioggia. 


La luce ovviamente è saltata un paio di volte, per cui per qualche ora tutta la zona era completamente al buio, visto il cielo plumbeo che diventava sempre più grigiastro, fino ad essere quasi nero. I supermercati sono rimasti chiusi per ore, perché le porte automatiche non si potevano aprire, e quei poveretti che erano dentro si sono trovati bloccati lì, dovendo quindi chiamare al lavoro per avvisare che avrebbero fatto tardi. 


Senza wifi ho dovuto utilizzare gran parte dei 300MB compresi nell'attivazione della SIM, e mi son trovata a dover parlare a circa una 30ina di persone nella sala dell'ostello, cercando di offrire loro un tour della città virtuale, attraverso le foto. Impressionante come molti australiani conoscano la guerra dei Balcani, mentre gli europei- soprattutto gli svedesi e gli irlandesi- conoscano quasi niente. L'ennesima prova che il sistema scolastico europeo continua a far acqua (giusto per rimanere in tema di pioggia) da tutte le parti. Tra un caffè e una fetta di anguria (poco succosa) le chiacchiere si sono fatte interessanti con Glidas, un ragazzo francese che sta lavorando ad un progetto culturale sul turismo che è molto simile al mio, Tour de la Méditerranée. L'unica differenza è che, mentre il mio è scritto, il suo è sviluppato sotto forma di video.



Raccontare quello che noi reporter stiamo vedendo e scoprendo, stando a contatto con la gente locale, non è semplice, specie per gli spaccati di vita degli ex profughi, il cui sogno più grande era quello di riuscire a tornare, prima o poi, a casa. E ci sono riusciti, anche se ci sono voluti anni. Il sogno di una vita che hanno potuto vedere trasformato in realtà.


Sto iniziando a capire il bosniaco, e sono molto contenta, perché la maggior parte degli adulti e degli anziani non parlano inglese, e comunicare con loro era abbastanza difficile all'inizio. Poi pian piano sono riuscita a farmi capire, con il mio bosniaco maccheronico, anche al supermercato all'angolo, la cui commessa ogni volta mi fa lo sconto di 1KM (0,50€), oltre che sorridermi e ringraziarmi. Perché qui funziona così: più sei gentile con la gente, più la gente lo è con te. Poco importa se ci si capisce a parole o a gesti.

Anche per questo ho legato quasi subito con i miei colleghi qui, tre ragazzi di 23 anni "figli della guerra", nati perché i genitori, durante quel clima di orrore, volevano qualcosa di buono e puro: un bambino. Arman, Medina e Selma avevano solo pochi mesi quando Mostar è stata semi distrutta, e ricordano poco, ma sono cresciuti con la consapevolezza di quello che era successo e con l'insegnamento di non odiare i croati, dall'altra parte della città. Hanno quindi amici cattolici e fanno shopping nel centro commerciale "al di là del ponte", il Mepas Mall, ma quando qualcuno chiede loro se la convivenza con i croati funziona, nei loro occhi si percepisce un pizzico di malinconia.


Con loro, i miei colleghi, condividiamo tutto, dal pranzo alle sigarette, dalla birra alla mancia lasciata dai clienti. Comprese le commissioni per i tour dell'Erzegovina- che tra l'altro è una figata! Non esiste la concezione del "mio", ma del "nostro", neanche con la donna delle pulizie, o con il vicino, un simpatico vecchietto con cui, più che parlare, mi limito a sorrisi e saluti con la mano. Non parla neanche  bosniaco, ma un dialetto stretto, e il suo cenno con la mano al mattino, o quando esce per buttare la spazzatura valgono più delle parole non dette. 

Laku noc i slatke snove!

Dal diario di Mostar, parte 4

Dal diario di Mostar, parte 4

Questa foto me l'ha fatta un bambino di strada a Mostar, che tutti i giorni puntualmente chiedeva l'elemosina nell'angolo tra il museo del ponte e il Ponte Vecchio. 6-7 anni circa, senza due denti davanti, tutto sporco e con dei vestiti di taglia più piccola della sua. A differenza degli altri bambini non chiedeva soldi, ma da mangiare.
Ogni giorno gli portavo qualcosa, che sbranava con una velocità incredibile. Siamo diventati amici, anche se comunicavamo a gesti, visto che lui parlava un dialetto bosniaco di cui non capivo nulla. A volte ci prendevamo il gelato al Ferrero Rocher, che mangiavamo seduti sotto il ponte, perché il barista non voleva che uno "sporco zingaro" si sedesse nel suo locale.
Un giorno, però, l'ho visto tutto raggomitolato e silenzioso. Non voleva guardarmi, così gli ho passato il mio telefono chiedendomi se mi aiutava a fare delle foto. Girandosi, ho notato un occhio nero: grazie a un interprete ho poi capito che la mamma lo aveva picchiato perché non aveva portato a casa dei soldi. Dopo avergli offerto un trancio di pizza e una Coca Cola, gli ho insegnato a usare la forocamera con il mio Samsung.
Gli ho poi chiesto di fare una foto alla cosa che gli piaceva di più. Lui, girandosi, mi ha scattato questa. Quando l'interprete gli ha chiesto perché, ha risposto: "Perché lei ha un cuore".




Colazione a Mostar: tè alla mela e pensieri vaganti

Buongiorno, Mostar. Questa la mia vista al mattino mentre mi bevo il mio tè alla mela e ciliegia- ho trovato un validissimo sostituto dell'Estathé, meno male!-, controllo le mail e carico le prime foto della giornata. 


Una vista che, anche se triste, sprizza storia da tutte le parti. I segni, quelli evidenti, raccontano un fatto realmente accaduto, in un tempo relativamente vicino a noi, anche se per molti 22 anni sono quasi un secolo fa. Eppure quel maledetto 1993 è ancora un fantasma che vaga alle nostre spalle, un'ombra pesante che vuol fare sentire la sua presenza, pur restando nascosta. I segni sui muri mezzi distrutti dalle bombe non sono semplici buchi su pareti che andrebbero ristrutturate o demolite. Sono i buchi in testa, nel corpo, nelle braccia e nelle gambe di chi, la guerra dei Balcani, l'ha vissuta. Di chi, quel giorno, ha visto la propria fine o quella della propria famiglia.


Padri straziati dal dolore, bambini rimasti orfani prima ancora di imparare a pronunciare la parola "mamma", anziani che si sono visti portare via anche la dignità, non solo la casa, gli averi, il credo politico e la religione. Non c'era scampo per nessuno, neanche per i ragazzini che correvano a più non posso tra le macerie in cerca di un pezzo di pane da rubare da qualche casa ormai distrutta. Ne andava della loro cena: senza cibo e acqua avrebbero saltato il pasto. E chissà se l'indomani avrebbero ancora avuto la possibilità di farne uno.


I soldati non guardavano in faccia nessuno. Chissenefrega se eri solo un 12enne spensierato. Eri musulmano. Dovevi morire. Facevi parte della minoranza, vivevi "dall'altra parte del ponte" (il Ponte Vecchio, lo Stari Most), dovevi essere eliminato. Come gli ebrei. Ironia della sorte, continuano a dire che non si è trattato di genocidio (il famoso massacro di Srebrenica), ma sempre di pulizia etnica si parla.


Parlando con gli anziani del posto seduti al bar di fronte alla moschea Karadjoz-Bey, la più grande della città, emerge un tristissimo episodio realmente accaduto: una mamma musulmana con un bambino di pochi mesi si era vista entrare in casa i soldati. Lei, disperata, non sapeva come far smettere di piangere il piccolo. Uno degli uomini in divisa, cercando di tranquillizzarla, le ha abbozzato un sorriso dicendole che ci avrebbe pensato lui. Lei, ingenua come tutte noi donne in fondo siamo, gli ha creduto. Il militare, dopo aver portato il neonato nell'altra stanza, gli ha sparato (forse in testa), poi l'ha riportato alla madre dicendo: "Ecco, ora non piange più". La crudeltà è da sempre insidiata dentro la divisa, ritenuta falsamente invincibile e dalla parte della ragione.


Trovandomi davanti questa vista appena sveglia, mi rendo conto che i veri proiettili non sono quelli visibili sui resti delle case, ma quelli invisibili che hanno lacerato l'anima di più generazioni, per una ragione che né Dio, né Allah approveranno mai.