Visualizzazione post con etichetta diario. Mostra tutti i post

#TheTripMalta:la call per i travel blogger



Si è conclusa oggi la call per i travel blogger #TheTripMalta, organizzata da Visit Malta e The Trip Magazine. I tre vincitori avranno la possibilità di visitare il Paese dal 23 al 26 maggio, tenendo aggiornato il loro blog e i social. 

Per partecipare bisognava scrivere un messaggio di 140 caratteri sul form di iscrizione, insieme ai propri dati... e non potevo non provarci! Sarebbe un bellissimo regalo di compleanno, non solo per il fatto stesso di andare a Malta, ma anche per la pubblicazione del proprio articolo sul numero speciale di The Trip Magazine, in uscita a settembre.

Non mi resta che incrociare le dita ed aspettare il 15, sperando di essere una dei fortunati, e in caso negativo, it's not a big deal, ci riproverò la prossima volta. Anche perché non è che le offerte di viaggio mi manchino, anzi! In ballo, per il momento, ci sono i castelli della Loira, quelli di Monaco di Baviera (che se anche ho già visto, meritano senza alcun dubbio una seconda visita), l'Oktoberfest di Monaco e quello di Stoccarda, Mantova, il Lago Maggiore e le Isole Borromee. Budapest e le Cascate del Reno sono ancora un punto interrogativo, ma speriamo si possano fare. 

Insomma, tutto quello che devo fare è pazientare ancora 10 giorni- un'eternità, in pratica!-, poi si ritorna a viaggiare.

Uno sguardo su New York con gli occhi tristi, il cuore in Italia e la mente in Francia


Dalla finestra di casa, oggi non riesco a godermi al massimo questa vista, per i continui elicotteri che sorvolano la zona, per controllarla. Avrei voglia di scendere per colazione per i pancakes con sciroppo d'acero e fragola. Non mi va però di pensare di dover essere osservata. In più la mia amica ha paura che possa succedere qualcosa anche qui a New York. Gli Stati Uniti hanno dichiarato guerra alla Siria. Vuoi che non succeda qualcosa anche qui? Sì, stiamo seguendo le live news su Twitter. Sì, per ogni sirena della polizia ci guardiamo chiedendoci cosa sarà successo. Sì, stiamo chattando con le nostre famiglie a casa, in Italia. No, non abbiamo voglia di uscire e di prendere la metro. No, non vogliamo regalarci un pomeriggio spensierato a pattinare a Central Park. No, niente shopping, in giro a curiosare le vetrine già addobbate di Natale. Restiamo a casa, con quella triste vista sulla One World Trade Center, anche oggi illuminata di blu, bianco e rosso per Parigi. 


Se penso che fino al 2009 quella torre si chiamava Freedom Tower, mi viene da ridere... libertà un cazzo, visto quello che stiamo vivendo senza (quasi) neanche accorgerci. Mi chiedo se non vorrei essere a casa ora, in una Saluzzo sperduta, che nessuno attaccherebbe mai. In famiglia, tra amici, a mo' di "stessa storia, stesso posto, stesso bar". Sì. No. Boh. Forse. Ora comunque sono qui. Non ci penso. Così come non penso che New York potrebbe essere uno dei prossimi obiettivi. No, sarebbe troppo scontato. Sono al 27° piano, e dalla vetrata della cucina potrei vedere arrivare un aereo che va a schiantarsi con l'Empire State Building. Nah. Vado in camera, e penso che potrei vedere un aereo venire dritto verso di me, per radere al suolo il palazzo. Ma anche no. Basta con questi pensieri. Parte un'altra sirena della polizia. Non è Law & Order alla TV. Il NYPD per strada e nelle stazioni della metro è quello vero. 


Scrivo su Messenger a mia mamma, rispondo su Whatsapp a mia zia, mando una foto ai miei amici della fiaccolata davanti all'ambasciata francese sulla 5th Avenue (non la chiamerò mai, 5 Strada, mi fa troppo schifo). Il messaggio è quasi lo stesso per tutti: "Sì, sto bene. Davvero. No, non lo dico per tranquillizzarti. La paura non la sento, no. La polizia è ovunque. Per ora è tranquillo, sì. Qui a Broolyn tutto a posto, Manhattan almeno per oggi la evito. Mi fermo da Isa, stasera o domattina torno a casa. Sì che la prendo la metro, tanto può succedere qualcosa anche se vado in autobus. Sì, sto attenta. Se ci sono novità ti scrivo. Sì ok, ti faccio sapere. Ciao. Un abbraccio a te. Ti voglio bene anch'io".


E intanto su Twitter si continua a parlare di guerra, di fine del mondo, di tolleranza. Cosa stiamo vivendo esattamente? L'inizio della terza guerra mondiale? Un'operazione dei servizi segreti mascherata dall'ennesimo attacco terroristico? Magari saranno i nostri nipoti a rispondere a questa domanda, quando lo studieranno a scuola. Sempre che lo studieranno. Ormai la storia contemporanea sembra quasi del tutto scomparsa. C'è solo spazio per le civiltà pre-colombiane, i Sumeri, i Babilonesi, i Greci e i Romani... conosciamo a memoria i 7 re di Roma, ma non sappiamo niente sulla guerra in Corea e in Vietnam. Non sappiamo i motivi delle tensioni che esistono da (quasi) sempre tra Stati Uniti e Afghanistan. Non sappiamo quale sia la situazione attuale tra Israele e Palestina. Non sappiamo quale delle due è uno stato. E se lo sappiamo, non sappiamo cosa sia l'altra. Però siamo preparatissimi sulle case romane, con quei bagni termali che abbiamo sempre voluto avere a casa nostra. Dei bagni di sangue attuali, però, meno di zero.


Però condividiamo immediatamente sui social la notizia che Putin dà il via alla terza guerra mondiale. Ci sentiamo fighi, perché stiamo vivendo un momento importante della storia, di cui si parlerà: la guerra. Un conflitto mondiale, che ci permetterà di usare gli hastag #iocero, #3GM e #WWIII. Perché noi siamo quelli della generazione 2.0, siamo poliglotti. Ci possiamo permettere il lusso di seguire le notizie in inglese, per essere aggiornati in diretta e sapere cosa sta succedendo. Tablet, smartphone e pc. Penso ai miei nonni, che quando è scoppiata la guerra non se n'erano neanche resi conto. Non c'era nessun aggiornamento in tempo reale. La gente semplice ed ignorante (in senso buono) era a lavorare in campagna. Finché un giorno gli uomini sono stati mandati al fronte. Questa era la Grande Guerra, senza nessuna tecnologia. Si stava bene quando si stava peggio. Purtroppo è vero. C'è poco da fare. 


Oggi guardo New York con occhi tristi, il cuore in Italia e la mente in Francia. Cerco di capire quale sia la mia vera casa. Casa, d'altronde, è il posto in cui dovrei sentirmi al sicuro. Protetta da chi? Da cosa? I punti interrogativi aumentano. Le prime luci si accendono in città. La candela sul davanzale continua a consumarsi. Come la vita, che scorre, senza che forse neanche ce ne rendiamo conto. Come il tempo che passa, e che incosciamente sprechiamo. Come le vite spezzate a Parigi. E a Beirut. E in millemila altri posti del mondo di cui non si parla. 

Mostar-Sarajevo A/R in pullman

Spostarsi con il pullman in Bosnia Erzegovina è davvero molto semplice, anche se all'inizio può sembrare complicato, se non sai come funziona. Quando da Mostar sono partita per Sarajevo, ho preso il bus, sapendo che ci avrebbe messo 2 ore e mezza per percorrere 124 km, secondo Google Maps.


Dovendo poi anche tornare indietro, ho fatto il biglietto di andata e ritorno alla stazione. È una specie di scontrino formato da 3 parti, che NON vanno assolutamente staccate. La prima, più grande, è il biglietto vero e proprio, le altre due le ricevute che vengono staccate dal controllore una all'andata e una al ritorno. Basta che gli consegni tutto con un sorriso, mentre gli dici: "Hvála".


Il biglietto ha validità di un mese, perché è aperto, quindi il ritorno va fatto entro 30 giorni dalla data indicata. Un modo utile per risparmiare, considerando che, ad esempio, una singola corsa Mostar-Sarajevo costa 20KM (10€), mentre l'A/R 30km (15€). Son pur sempre 5€ risparmiati, e anche se non sai quando vuoi tornare, hai pur sempre un massimo di 4 settimane di tempo.


Il giorno del ritorno- nel mio caso oggi- devi andare alla stazione e prenotare la corsa. Esibendo semplicemente la ricevuta allo sportello, l'addetto scrive a penna la data e l'ora del pullman che prendi-nel mio caso 28 luglio, ore 12.30-e ti dà un secondo biglietto, che riguarda la prenotazione del posto sul pullman. Che ovviamente va pagata, e sono 2KM (1€). Senza quella non puoi salire, perché sulla parte posteriore c'è un codice a barre da passare ai tornelli, come per la tessera magnetica della metro in Italia.

A questo punto non ti resta che trovare il tuo peron, il terminal del tuo bus, per prepararti a salire. Nel caso tu abbia una valigia, devi metterla nel bagagliaio, pagando- te pareva- 2KM (1€). Una volta a bordo, anche se sul biglietto è indicato il posto, puoi sederti dove vuoi, e metterti comodo, aspettando che il controllore passi per strappare anche la terza e ultima parte del biglietto principale.


L'andata l'ho fatta tutta dormendo in pratica, 2 ore e mezza tirate, anche perché la notte prima è stata parecchio movimentata, causa problemi di acqua che non usciva dalla doccia,e prese elettriche che creavano problemi, non facendomi ricaricare né il tablet, né il cellulare. E la mia collega che giustamente bestemmiava perché doveva asciugarsi i capelli. Il ritorno, invece, complice anche quel caffé che ci ha svegliate per bene, è stato un susseguirsi di paesaggi interessanti, dalle campagne alle piccole città, tra cui Konjic, (in bosniaco si pronuncia Kogniz), paese in cui i pullman della linea Mostar-Sarajevo si fermano per circa una 20ina di minuti, e tutti- autisti compresi- scendono per andare a prendere da bere da Konzum. Fermata intelligente, quella davanti al supermercato.



ORARI DEI PULLMAN DA E VERSO MOSTAR:

Cantando sotto la pioggia a Mostar

Un'altra giornata si è conclusa, ed è stata come sempre molto pesante. La nota positiva della giornata è che, finalmente, dopo due settimane da quando sono qui, ha piovuto. Da quanto mi ha detto il mio amico e collega Ivan, che offre tour gratuiti in città- il Mostar Free Walking Tour- erano 40 giorni che non pioveva. Vento e fresco per la prima volta dopo 15 giorni sono quasi un lusso, visti i 42-45° medi. Senza considerare che, domenica scorsa, la temperatura ha toccato i 50°. I 17° in meno di oggi me li sono goduti tutti, ammirando dalla terrazza la collina con la croce- che indica la parte croata della città- tra lampi, tuoni e fiumi di pioggia. 


La luce ovviamente è saltata un paio di volte, per cui per qualche ora tutta la zona era completamente al buio, visto il cielo plumbeo che diventava sempre più grigiastro, fino ad essere quasi nero. I supermercati sono rimasti chiusi per ore, perché le porte automatiche non si potevano aprire, e quei poveretti che erano dentro si sono trovati bloccati lì, dovendo quindi chiamare al lavoro per avvisare che avrebbero fatto tardi. 


Senza wifi ho dovuto utilizzare gran parte dei 300MB compresi nell'attivazione della SIM, e mi son trovata a dover parlare a circa una 30ina di persone nella sala dell'ostello, cercando di offrire loro un tour della città virtuale, attraverso le foto. Impressionante come molti australiani conoscano la guerra dei Balcani, mentre gli europei- soprattutto gli svedesi e gli irlandesi- conoscano quasi niente. L'ennesima prova che il sistema scolastico europeo continua a far acqua (giusto per rimanere in tema di pioggia) da tutte le parti. Tra un caffè e una fetta di anguria (poco succosa) le chiacchiere si sono fatte interessanti con Glidas, un ragazzo francese che sta lavorando ad un progetto culturale sul turismo che è molto simile al mio, Tour de la Méditerranée. L'unica differenza è che, mentre il mio è scritto, il suo è sviluppato sotto forma di video.



Raccontare quello che noi reporter stiamo vedendo e scoprendo, stando a contatto con la gente locale, non è semplice, specie per gli spaccati di vita degli ex profughi, il cui sogno più grande era quello di riuscire a tornare, prima o poi, a casa. E ci sono riusciti, anche se ci sono voluti anni. Il sogno di una vita che hanno potuto vedere trasformato in realtà.


Sto iniziando a capire il bosniaco, e sono molto contenta, perché la maggior parte degli adulti e degli anziani non parlano inglese, e comunicare con loro era abbastanza difficile all'inizio. Poi pian piano sono riuscita a farmi capire, con il mio bosniaco maccheronico, anche al supermercato all'angolo, la cui commessa ogni volta mi fa lo sconto di 1KM (0,50€), oltre che sorridermi e ringraziarmi. Perché qui funziona così: più sei gentile con la gente, più la gente lo è con te. Poco importa se ci si capisce a parole o a gesti.

Anche per questo ho legato quasi subito con i miei colleghi qui, tre ragazzi di 23 anni "figli della guerra", nati perché i genitori, durante quel clima di orrore, volevano qualcosa di buono e puro: un bambino. Arman, Medina e Selma avevano solo pochi mesi quando Mostar è stata semi distrutta, e ricordano poco, ma sono cresciuti con la consapevolezza di quello che era successo e con l'insegnamento di non odiare i croati, dall'altra parte della città. Hanno quindi amici cattolici e fanno shopping nel centro commerciale "al di là del ponte", il Mepas Mall, ma quando qualcuno chiede loro se la convivenza con i croati funziona, nei loro occhi si percepisce un pizzico di malinconia.


Con loro, i miei colleghi, condividiamo tutto, dal pranzo alle sigarette, dalla birra alla mancia lasciata dai clienti. Comprese le commissioni per i tour dell'Erzegovina- che tra l'altro è una figata! Non esiste la concezione del "mio", ma del "nostro", neanche con la donna delle pulizie, o con il vicino, un simpatico vecchietto con cui, più che parlare, mi limito a sorrisi e saluti con la mano. Non parla neanche  bosniaco, ma un dialetto stretto, e il suo cenno con la mano al mattino, o quando esce per buttare la spazzatura valgono più delle parole non dette. 

Laku noc i slatke snove!

Dal diario di Mostar, parte 4

Dal diario di Mostar, parte 4

Questa foto me l'ha fatta un bambino di strada a Mostar, che tutti i giorni puntualmente chiedeva l'elemosina nell'angolo tra il museo del ponte e il Ponte Vecchio. 6-7 anni circa, senza due denti davanti, tutto sporco e con dei vestiti di taglia più piccola della sua. A differenza degli altri bambini non chiedeva soldi, ma da mangiare.
Ogni giorno gli portavo qualcosa, che sbranava con una velocità incredibile. Siamo diventati amici, anche se comunicavamo a gesti, visto che lui parlava un dialetto bosniaco di cui non capivo nulla. A volte ci prendevamo il gelato al Ferrero Rocher, che mangiavamo seduti sotto il ponte, perché il barista non voleva che uno "sporco zingaro" si sedesse nel suo locale.
Un giorno, però, l'ho visto tutto raggomitolato e silenzioso. Non voleva guardarmi, così gli ho passato il mio telefono chiedendomi se mi aiutava a fare delle foto. Girandosi, ho notato un occhio nero: grazie a un interprete ho poi capito che la mamma lo aveva picchiato perché non aveva portato a casa dei soldi. Dopo avergli offerto un trancio di pizza e una Coca Cola, gli ho insegnato a usare la forocamera con il mio Samsung.
Gli ho poi chiesto di fare una foto alla cosa che gli piaceva di più. Lui, girandosi, mi ha scattato questa. Quando l'interprete gli ha chiesto perché, ha risposto: "Perché lei ha un cuore".




Colazione a Mostar: tè alla mela e pensieri vaganti

Buongiorno, Mostar. Questa la mia vista al mattino mentre mi bevo il mio tè alla mela e ciliegia- ho trovato un validissimo sostituto dell'Estathé, meno male!-, controllo le mail e carico le prime foto della giornata. 


Una vista che, anche se triste, sprizza storia da tutte le parti. I segni, quelli evidenti, raccontano un fatto realmente accaduto, in un tempo relativamente vicino a noi, anche se per molti 22 anni sono quasi un secolo fa. Eppure quel maledetto 1993 è ancora un fantasma che vaga alle nostre spalle, un'ombra pesante che vuol fare sentire la sua presenza, pur restando nascosta. I segni sui muri mezzi distrutti dalle bombe non sono semplici buchi su pareti che andrebbero ristrutturate o demolite. Sono i buchi in testa, nel corpo, nelle braccia e nelle gambe di chi, la guerra dei Balcani, l'ha vissuta. Di chi, quel giorno, ha visto la propria fine o quella della propria famiglia.


Padri straziati dal dolore, bambini rimasti orfani prima ancora di imparare a pronunciare la parola "mamma", anziani che si sono visti portare via anche la dignità, non solo la casa, gli averi, il credo politico e la religione. Non c'era scampo per nessuno, neanche per i ragazzini che correvano a più non posso tra le macerie in cerca di un pezzo di pane da rubare da qualche casa ormai distrutta. Ne andava della loro cena: senza cibo e acqua avrebbero saltato il pasto. E chissà se l'indomani avrebbero ancora avuto la possibilità di farne uno.


I soldati non guardavano in faccia nessuno. Chissenefrega se eri solo un 12enne spensierato. Eri musulmano. Dovevi morire. Facevi parte della minoranza, vivevi "dall'altra parte del ponte" (il Ponte Vecchio, lo Stari Most), dovevi essere eliminato. Come gli ebrei. Ironia della sorte, continuano a dire che non si è trattato di genocidio (il famoso massacro di Srebrenica), ma sempre di pulizia etnica si parla.


Parlando con gli anziani del posto seduti al bar di fronte alla moschea Karadjoz-Bey, la più grande della città, emerge un tristissimo episodio realmente accaduto: una mamma musulmana con un bambino di pochi mesi si era vista entrare in casa i soldati. Lei, disperata, non sapeva come far smettere di piangere il piccolo. Uno degli uomini in divisa, cercando di tranquillizzarla, le ha abbozzato un sorriso dicendole che ci avrebbe pensato lui. Lei, ingenua come tutte noi donne in fondo siamo, gli ha creduto. Il militare, dopo aver portato il neonato nell'altra stanza, gli ha sparato (forse in testa), poi l'ha riportato alla madre dicendo: "Ecco, ora non piange più". La crudeltà è da sempre insidiata dentro la divisa, ritenuta falsamente invincibile e dalla parte della ragione.


Trovandomi davanti questa vista appena sveglia, mi rendo conto che i veri proiettili non sono quelli visibili sui resti delle case, ma quelli invisibili che hanno lacerato l'anima di più generazioni, per una ragione che né Dio, né Allah approveranno mai.


Nuovo giro, nuova corsa (6 Stati in una settimana)

Il problema di ogni viaggio è sempre il ritorno. Quello che ti rimane dentro. Quelle immagini che, almeno per qualche settimana, restano nitide nella tua mente. Quell'allegria e spensieratezza che al rientro vengono calpestati dai bombardamenti delle persone che hai accanto, che vogliono che tu riprenda a pieno ritmo il tran tran quotidiano (ammesso che tu ne abbia uno, ovviamente), oppure ti costringono a seguire le loro stupide regole bigotte e rigide, in cui non c'è spazio neanche per ripensare a quel viaggio. O meglio, percorso. Perché ogni viaggio, per me, è un percorso, un regalo che ti fai, un qualcosa in più che ti arricchisce interiormente e mentalmente. Che ti fa crescere, che ti dà la possibilità di metterti in gioco, di riflettere e di soddisfare quelle curiosità che non pensavi neanche di avere.

Dopo un soggiorno nella mia città natale (e pensare che doveva essere una toccata e fuga), riparto nuovamente, per un'altra avventura. Quella che sto per fare mi vede in 6 Stati (Italia compresa) nel giro di una settimana. Spagna, Francia la settimana scorsa, Slovenia, Croazia e Bosnia giovedì, che parto per Mostar (città che conosco e che mi affascina molto) per un progetto che mi terrà là fino a settembre. Un progetto culturale legato alla promozione del turismo in Bosnia Erzegovina, a cui lavorerò insieme a una collega australiana.

Voglio il contatto con la gente locale, il sorriso condiviso con la cameriera del locale in cui mangio, i bambini della stanza accanto nella pensione che fanno i capricci perché non vogliono andare a dormire, le ragazze del posto che appena sentono che sono una giornalista mi chiedono di menzionarle nell'articolo, e in cambio condividono con me una porzione della loro cena.

Queste settimane a Saluzzo si sono rivelate interessante, grazie anche alla fortuna di aver conosciuto delle persone che condividono non solo la mia passione per i viaggi, ma anche e soprattutto il modo in cui farli. Non da turisti, ma da cittadini del mondo. Ne sono uscite delle chiacchierate molto piacevoli, che spero continueranno anche se in modo virtuale. Una scusa in più per rivederci al ritorno, quasi sicuramente.

Nuovo giro, nuova corsa, come sempre con un sorriso e con mia nonna nel cuore.


“Mogli e buoi dei paesi tuoi”, ma il fidanzato no (meglio se emiliano-romagnolo)



Essendo io sempre stata la bastian contraria della situazione, non ho mai fatto affidamento al buon vecchio saggio consiglio delle anziane di paese. Ogni volta che andavo a trovare i nonni paterni in campagna, le trovavo sempre lì, a lavare i panni a mano nel lavatoio in pietra in cortile, mentre confabulavano fra loro, ovviamente in piemontese.

Ho sempre avuto l'impressione che fossero delle vecchie zitelle inacidite, e quando verso i 16 anni mi ripetevano “mogli e buoi dei paesi tuoi”, non stavo neanche ad ascoltarle, sognando il mio matrimonio in pompa magna a Santa Monica o a Santa Barbara, con un americano doc. Uno di quei fighi assurdi dal sorriso smagliante che i giornali di gossip sbattono in prima pagina per vendere più copie. Come dar loro torto, d'altronde, visto che l'occhio vuole la sua parte.

Per anni sentivo il trio delle lavandare che si improvvisavano psicologhe mancate e regalavano consigli cercando di riuscire a entrare nel mio cervello completamente assorbito dal fidanzato di turno. E per anni ho giocato sul fatto di non capire bene quel dialetto stretto, leggermente diverso da quello del mio paese. Palle. Capivo tutto, e anche fin troppo. Solo non volevo capire. 

Solo alla loro morte, leggendo il manifesto, mi sono resa conto che queste donne la sapevano davvero lunga, perché avevano avuto un marito, diversi figli e una carrellata di nipoti, e che forse, qualcosa di vero, in quello che dicevano ci doveva pur essere. Ma non per me e ora, a distanza di anni, sono contenta di non averle mai ascoltate, e di aver scavalcato i confini regionali (e anche statali e continentali) per innamorarmi. 

E la scelta migliore si è rivelata essere l'emiliano. O romagnolo, o emiliano-romagnolo, fa lo stesso per me. Insomma, si è capito. I motivi?


© Hotel Bellevue Rimini

1- La piadina

Il romagnolo... eh, del romagnolo ho perso la testa, in tutto e per tutto. Ed è un vero e proprio colpo di fulmine a partire dalla prima sera, quando mi ha portato a mangiare la piadina. Dico io, poteva optare per una pizza, invece ha giocato di intelligenza, offrendomi uno dei piatti per eccellenza della Romagna. La piadina, quella vera. Quella che già ovunque la prendi in Italia si rivela essere un orgasmo per il palato, quindi immaginate quella vera. Impossibile non innamorarsene, punto. Anche Aldo, Giovanni e Giacomo la chiamano “il cibo degli Dei”, quindi un motivo ci deve ben essere, no?

2- L'arte del saper mangiare (tanto e bene)

L'emiliano che mi ha conquistata con il (buon) cibo ha guadagnato fin da subito un punto, specie perché non si è mai scandalizzato delle mie abbuffate, ma anzi, chiedeva sempre: “Ne vuoi ancora? Mangi proprio poco”, e ogni volta, mentre prendevo per la terza volta il piatto di pasta, mi perdevo nei suoi occhi. L'uomo emiliano-romagnolo mangia, è fatto di carne, non ha paura di avere una donna con quei 2 o 3 kg in più, anche perché poi sa che è tutta roba sua da toccare. Chiamalo scemo, eh. 

3- Fare l'amore a base di Parmigiano Reggiano e Sangiovese

Le serate trascorse a casa che finiscono inevitabilmente con il fare l'amore, sono a base di Parmigiano Reggiano e Sangiovese, l'accoppiata vincente di cui ti puoi viziare anche a letto. Vuoi mettere noi piemontesi, con la nostra bagna càuda, a base di acciughe e aglio? Un alito che non solo ha la meglio sul Barolo o il Barbaresco che accompagnano la cena, ma che sconfigge anche solo la voglia di baciare il partner. 
A questo punto tanto vale optare per una tigella con speck e gorgonzola.

4- SS vs Z, della serie: una risata tira l'altra

Da linguista non sopporto l'uso sbagliato della lingua italiana. Riprendo anche mia mamma quando sbaglia i congiuntivi, correggo gli amici quando scrivono “qual'è” con l'apostrofo e non parlo mai dialetto, tranne in rari casi con mia nonna, perché obbligata. 

Però davanti alla pronuncia “grassie” dell'uomo romagnolo, mi arrendo. Non puoi dirgli niente, è un suono comunque piacevole da sentire e poi non c'è niente da fare, la Z proprio non la sa dire. E così dopo un po', complice anche il fatto che io ascolto Laura Pausini, mi son abituata a sentirmi chiamare “ragassa” e ad uscire la sera con i suoi amici per una “pissa”. E son passata sopra anche alla R uvulare (ho fatto una tesi di linguistica, sull'italiano son preparatissima) tipica di Parma, a mo' della R moscia, che poi così tanto fastidiosa non è. 

E quando mi scappa da ridere, lo faccio, e di gusto, perché un altro grande pregio dell'uomo emiliano è che ride sempre. E ti contagia. Con lui non è possibile rimanere arrabbiata per troppo tempo, c'è poco da fare. La Romagna è anche risate e spensieratezza, a differenza del Piemonte più nordico e freddo anche dal punto di vista delle relazioni. D'altronde si sa, noi piemontesi, siamo quelli falsi e cortesi”. 

5- “Romagna mia”, non solo canzone, ma anche elogio alla terra 

Ravenna, città che amo per il semplice fatto che ci è sepolto Dante, nel 2014 è stata votata come città italiana in cui si vive meglio. In più, l'Emilia Romagna è una terra che non si fa mancare nulla: il buon cibo, il buon vino, la buona musica paesana. Tutti conosciamo Romagna mia, canzone con cui ho vinto una gara di mazurka quando avevo 13-14 anni. Veniva- e viene tuttora- suonata al mio paese durante le sagre, e l'ho ballata fino allo sfinimento, con i ragazzi più grandi che ci provano per i bei vestiti da ballo liscio aderenti. 

Cosa mai successa invece con nessuno dei canti popolari piemontesi, che, w la sincerità, non conosco affatto. In 29 anni non credo di averne mai sentito nessuno, oops. 

La vita in Emilia è bella, piena di vita, e anche il mare è stato rivalutato, grazie proprio alla capacità dei romagnoli di voler far splendere tutte le loro ricchezze, mar Adriatico compreso. L'estate in riviera romagnola è da provare almeno una volta, dai, e Rimini è senza dubbio la meta più ambita della mia adolescenza, o almeno nel mio paese. Andare a Rimini o a Riccione era sinonimo di maturità, della prima vacanza con gli amici, con il fidanzato (di nascosto dalle famiglie). Quindi tornare a Rimini è come fare un tuffo nel passato, un tuffo che ne vale sicuramente la pena. E il pernottamento all'Hotel Bellevue è quello più consigliato, visto il modo in cui vi coccolano durante tutto il soggiorno. 

Insomma, lontani da questa regione non si può stare. E neanche dai suoi uomini. Trovatene uno e tenetevelo stretto. Poco importa se sia un capricorno e voi un gemelli. Sarà comunque una storia a base di “piadina, amore e tanta felicità”. Altro che “pane, amore e fantasia”...

Nessun posto è bello come casa

Tornando a casa, dopo due mesi che mancavo, pensavo di ritrovare lo stesso scazzo, la stessa monotonia, le stesse discussioni con mamma, i soliti acciacchi di nonna, invece... per la prima volta, dopo 3 giorni che sono qui, posso dire che "nessun posto è bello come casa mia". Non sbatto nessun tacco rosso perchè non ne ho di quel colore, però sfreccio da casa dei miei a quella di nonna con la musica a palla in macchina, cantando, incurante di chi penserà che sono una sfigata a fare la tamarra con Gigi d'Alessio... ma chissenefrega, la canzone Fiore, mi fa sorridere, mi dà carica e mi fa pensare a LUI. 

Perchè Saluzzo senza lui è praticamente impossibile, diciamocelo pure. E stavolta non me ne vado fino a quando non riesco a vederlo, perchè ovviamente proprio nella settimana in cui torno, lui non c'è. 'Sto destino continua a confonderci sempre di più e sta giocando sporco, non vale.  Ma stavolta lo fottiamo noi, e ci vediamo, costi quel costi. 

Nel frattempo mi godo nonna, che sta meglio di me, è super attiva e mi ha chiesto quando riparto, con il solito broncio. Come si fa a non amarla? Impossibile, appunto.

I suoi vicini di casa quando mi vedono arrivare mi chiedono le "notizie dal mondo", e quando esco mi salutano con quel "a domani, buonasera" che sa di calore familiare, e che mi ricorda che siamo in un paese in cui tutti si conoscono, ed è impossibile girare senza che qualcuno ti fermi. 

Poi ci sono mamma e zia che mi hanno viziato con i regali, una lista infinita di libri che aspetta di essere spulciata, il sole con i raggi ancora caldi che mi sveglia al mattino, e la mia creatività che mi ha portato a cambiare di nuovo taglio di capelli fai-da-te. Sono l'incubo dei parrucchieri, lo so, ma me ne frego. 

Sto bene, sono felice. Sono libera. Sono ispirata. Scrivo. Questa è l'inizio della MIA favola. 

© Pennarelly Photography 

Festa del Papà: di nuovo in volo, verso di te

Proprio oggi che è la Festa del Papà, io sono di nuovo in volo. E su questo aereo, tra una nuvola e l'altra, mi sembra di vedere mio nonno che mi sorride, controllando che non succeda come in Malesia. Per chi viaggia spesso, le notizie di dirottamenti, atterraggi di emergenza, voli che spariscono nel nulla sono da mettere in conto. Può succedere qualunque cosa, così come per chi prende il treno, o il pullman, o per chi guida.

Non credo bastino queste tristi notizie per far rinunciare a qualcuno di volare, o almeno non a me. Certo, quel pizzico in più di tensione c'è, ma non è abbastanza da impedirmi di volare. In 3 settimane, questo è il 5 quinto aereo, il terz'ultimo, e anche se è breve, fa sempre piacere che ci sia il mio angelo (di nome e di fatto) custode al mio fianco. Specie oggi, che è una ricorrenza che festeggiavamo insieme. Lo chiamavo per fargli gli auguri e mi rispondeva: "Grazie tante Krizia cita". E so che questo lo rendeva orgoglioso, più di qualsiasi regalo ridicolo mirato all'occasione. A lui non servivano targhe o riconoscimenti da appendere al muro con scritto "Sei il papà numero uno", a lui bastava l'amore, quello vero, che provavo e che provo tutt'ora per lui.

Ora, non potendo più telefonargli, lo ricordo in un post pieno di affetto, con la speranza che il messaggio gli giunga forte e chiaro, ovunque sia.

Destinazione Houston, con scalo a Charlotte.

#forevertogether



Si ritorna solo andando via

Tra una settimana sarò negli Stati Uniti, e sinceramente non vedo l'ora di staccare un attimo la spina da tutto e da tutti. Voglio potermi perdere per strada in una città che conosco (quasi) come le mie tasche, sedere sul pontile a guardare un tramonto mozzafiato sull'oceano, spappolare il fegato con i Java Chips Frappuccini di Starbucks... voglio vivere serenamente, insomma. Anche se solo per un mese. Poi tornerò al solito tran tran e sarò sicuramente più nervosa che mai visto che devo riuscire a capire come procedere, lavorativamente parlando. Ma ora l'unica mio pensiero è recuperare la chiavetta coi i token della banca per prenotare i voli americani interni. Che bello poter riabbracciare tutti gli amici di sempre, con i quali mi sento su Skype e chattiamo per ore. Il contatto umano, però, si sa, è decisamente meglio, e non vedo l'ora di qualche bella rimpatriata. Ci sarà sicuramente da divertirsi.

La valigia come al solito la preparo all'ultimo momento, così come l'itinerario definitivo e i vari spostamenti. Ho un rito un po' particolare quando si tratta di viaggiare, e mi piace essere sempre un po' zingara, con quel non so che di wild che che mi contraddistingue dal classico turista italiano che va negli Stati Uniti e prenota negli hotel più cari solo per il gusto di poterlo raccontare agli amici e visita i soliti musei must, senza rendersi conto che si sta perdendo l'essenza della vera vita americana.

Anche per questo ho deciso di aprire questa nuova rubrica, che sarà una sorta di viaggio di bordo, un modo per tenermi in contatto con gli amici e i curiosi che mi riempiranno di domande ogni giorno su Whatsapp e chiederanno tutti le stesse cose. Odio i messaggi broadcast e sono una logorroica incallita anche quando scrivo, quindi l'idea del "keep you posted" è semplicemente perfetta. Lo spazio per i commenti, come per ogni mio post, è attivo e aperto a tutti, e si può tranquillamente commentare anche in forma anonima o con un nome fittizio. Consigli, pareri, dubbi, curiosità: sono ben contenta di leggere qualsiasi cosa che riguardi i miei lettori, e condividere con loro questa mia nuova avventura mi fa sentire un po' meno sola, specie durante il lungo volo.

Resto solo dispiaciuta di "abbandonare" nonna per 40 giorni, ma ci sentiremo comunque ogni giorno, come da tradizione quando sono in giro per il mondo. Già mi manca, e non sono ancora partita. Ma si ritorna solo andando via... Laura's rules.

D'altronde, questa Quaresima la devo fare, per me, per riuscire a darmi delle risposte alle domande a cui ho cercato di fuggire, per riuscire a chiudere delle questioni in sospeso e ad aprire un nuovo entusiasmante capitolo, quello dei 28 anni. Ventotto è un numero che mi piace pronunciare, suona bene e ha un po' un'aria importante... sembra ieri che facevo gli stessi discorsi relativi ai 16 anni. Già quando ne avevo 14 non vedevo l'ora di arrivare agli "sweet sixteen", solo per rendermi conto che, in realtà, non era cambiato nulla, forse perché continuavo a percorrere la strada che avevo scelto, quella della ribellione adolescenziale, mista al lato nerd che fa parte della mia personalità.

Ogni percorso, nel bene e nel male, riesce a regalare a chi lo vive un'emozione, piccola o grande che sia, e l'importante è riuscire a trarne vantaggio sempre, perché gli insegnamenti più preziosi sono quelli sussurrati dal cuore. Oltre a quelli che mi ha regalato mio nonno, s'intende.

New York mi sembrerà un po' più vuota senza di lui.

Modalità #cazzomiporto: l'unico motivo per cui ODIO viaggiare

Bene, ho (quasi) tutto pronto: documenti, dollari, tessera Starbucks da ricaricare come prima cosa appena esco dal JFK, quella della metro (la MetroCard che ho tenuto dall'ultimo viaggio, così mi risparmio 1$, perchè da quest'anno è diventata a pagamento) app aggiornata con la mappa della metro, rubrica con i vari contatti per lavoro, pass giornalistico per gli spettacoli e le interviste, trousse con trucchi, spazzolino e dentifricio, adattatore, guanti e sciarpa perché a New York dovrebbe ancora nevicare (la mia amica Karen mi ha detto che ci sono sui 50°F, cioè circa 10°C, che per me comunque è già caldo), regali vari per le mie amiche là... cos'altro manca?

Ah, sì. La cosa più importante, forse.

La valigia. Brend new one, nuova di zecca. Roncato, quelle leggere, che mamma mi ha comprato nei saldi a 60€. E mentre c'era mi ha anche preso il copri valigia (blu, ovviamente) perchè, come ogni volta che prendo l'aereo, si preoccupa per lo stato in cui trattano il bagaglio. 

"Almeno non la righi subito. E non sbatterla, eh. Altrimenti consumi le ruote ed è poi da cambiare".

Cioè, l'aereo potrebbe essere dirottato, io potrei morire, potrebbero arrestarmi o non farmi entrare alla dogana. Chissenefrega. Il pensiero principale per lei resta sempre e comunque la valigia. Tornasse a casa solo la valigia senza di me andrebbe bene lo stesso. In fondo mi vuole bene, lo so.

Non ho ancora preparato i vestiti. Non so cosa portarmi. Ero propensa per un solo tipo di guardaroba, ma non avevo considerato che forse, effettivamente, nella Grande Mela potrebbe fare freschetto (chi ha orecchie per intendere, intenda). Quindi, forse, almeno un cappotto e un maglione di lana me lo porto. Non sia mai che mi becco l'influenza mentre sono là. Oddio, ero con solo cappotto, giacca e felpa 2 anni fa che c'erano -7°C, quindi ora mi basterebbe tranquillamente una maglia maniche lunghe... ma non si sa mai. E non vorrei dover iniziare un'ennesima rubrica, kriziainsfigaland. Anche se in inglese non suona così male, kriziainbummerland.

Per cui, insieme al costume, ai vestitini summerish e alle infradito, mi tocca qualche jeans e capo invernale. Eccheppalle. Questo è l'unico motivo per cui odio viaggiare, davvero. Datemi la carta di credito di Ma come ti vesti (che poi a voi due conduttori, ma che vi frega, eh?), e parto senza bagaglio. Sono letteralmente in modalità #checazzomiporto, per cui, a meno di 2 giorni e mezzo dalla partenza, si accettano consigli. 

Riconoscenza infinita e aggiornamenti live sul mio viaggio (tramite Twitter o Whatsapp) a chi mi aiuta. Sono proprio disperata, sì.